Blog of Danilo Pianini
Coltivare peperoncini, parte I
From a handful of seeds to a jungle-like garden

La semina e le prime fasi di crescita

Coltivare peperoncini, parte I

Purtroppo non basta tirare i semi per terra per ottenere un buon raccolto.

Da un paio d’anni ho cominciato a coltivare peperoncini nel tempo libero. Tempo permettendo, vorrei riassumere e condividere la mia esperienza in una serie di post, di cui questo è il primo (ma sperabilmente non l’ultimo).

Trovare i semi

La primissima cosa da fare è trovare dei semi. Potete sicuramente tenere da parte quelli della stagione precedente, o recuperare i semi dal peperoncino che vi ha regalato l’amico dell’amico che li coltiva. Il “problema” di questa operazione è uno soltanto: la probabilità che il seme sia ibridato è molto elevata. Il genere Capsicum, infatti, è costituito da un insieme di sottospecie, molte delle quali capaci di ibridarsi e generare nuovi peperoncini:

  • Capsicum Annuum: il classico peperoncino che troviamo normalmente in tavola
  • Capsicum Chinense: i famosi Habanero, ma anche tutti i superhot (Scorpion, Bhut Jolokia, Naga Morich…)
  • Capicum Frutescens: di quelli comuni sulle nostre tavole solo il tabasco
  • Capsicum Pubescens: poco comune, il Rocoto fa parte della famiglia
  • Capsicum Baccatum: difficili da trovare, esempi sono il Peppadew e il Lemon Drop

Se il peperoncino è stato in compagnia di altri e non sono state prese misure apposite (ad esempio circondare un ramo con del tessuto non tessuto), è molto probabile che i semi estratti dalla bacca di una pianta pura siano in realtà il germe di nuovi ibridi. Se la cosa non vi turba, prendeteli, ripuliteli dalla placenta e preparatevi alla semina.

Diversamente, esistono diversi siti web che vendono sementi di peperoncino pure di cultivar anche particolari e non semplici da trovare. Quest’anno, ho acquistato semi puri di tre varietà che volevo coltivare, molto particolari: il Goronong, un Chinense diffuso in Malesia; l’Habanero Ivory, dai caratteristici frutti bianchi; il Bhut Jolokia Peach, un superhot color pesca (o salmone, insomma, un rosino). Dato che desideravo provarli più puri possibile, e dato che sono difficili da trovare, ho optato per l’acquisto. Se acquistate varietà rare, occhio al prezzo: se trovate cose incredibili, tipo 20 semi di Carolina Reaper ad un euro, la probabilità che vi stiano rifilando un ibrido è elevata.

Sceliere il periodo giusto

I peperoncini nostrani si seminano ai primi sentori di primavera, si tengono un po’ protetti, e verso fine aprile / inizio maggio si spostano fuori. Questa tecnica non è efficace quando si parla di Habanero o altre varietà tropicali. Il peperoncino non è una pianta annuale, viene considerata tale in Europa solo perché d’inverno in genere la si lascia morire per poi ripiantarla. In condizioni ottimali, una pianta di peperoncino vive 4-5 anni, e produce frutti continuamente, senza pause, seguendo uno schema tipico di piante adattate a climi caldi e con scarso sbalzo termico fra le stagioni. Tanto più la pianta è “tropicale”, tanto più impiegherà per arrivare a far frutti: “se la prende comoda”, perché si è evoluta in un ambiente in cui l’inverno è sufficientemente mite da consentirle di continuare a vegetare.

Di conseguenza, per ottenere il massimo da una pianta di peperoncino, occorre procedere ad una semina anticipata. Da quanto ho potuto vedere, il periodo ideale è Gennaio per i peperoncini della specie Chinense e Febbraio per quelli della specie Annuum.

Scelta e preparazione del Substrato

Deciso il quando, è il momento del dove. È importante ottenere rese per seme elevate, se avete acquistato dei semi di peperoncini rari. Se invece avete una valanga di sementi e la resa non è un problema per voi, potete procedere molto più grezzamente.

Tecniche classiche

Esistono diverse tecniche per ottenere una resa elevata dai semi. Quella più comune è di tenere un pezzo di scottex umido in un posto con una temperatura stabile e calda (almeno 20°C, meglio 25°C) e far germinare il seme lì, per poi trasferirlo in un bicchierino da caffé di plastica con terriccio una volta germinato. L’anno passato adottai una strategia analoga, ma usando pezzetti di ovatta. Il problema con l’ovatta è che diventa molto difficile separare il semino germinato (molto delicato, peraltro), dall’ovatta, per cui si finisce a sotterrare il tutto.

La lana di roccia

Quest’anno ho provato qualcosa di più raffinato. Ho acquistato dei cubetti 4cm x 4cm di lana di roccia (basalto fuso e filato), un substrato inerte. Per stabilizzarne il pH, li ho lasciati ventiquattro ore in una soluzione di acqua e Nitrozyme.

Dodici ore prima che il substrato fosse pronto, ho provveduto ad ammollare i semi che avevo intenzione di seminare nella stessa soluzione. Questa operazione consente al seme di ammorbidirsi esternamente, e di facilitare la germinazione.

Trascorse le ventiquattro ore, ho provveduto a seminare, mettendo un solo seme per cubetto a circa 3 millimetri di profondità (regola spannometrica: il seme va a profondità di un seme). Prima di inserire il seme nel cubetto, quest’ultimo va strizzato energicamente per fargli perdere parte del liquido che ha assorbito. Dovrà essere umido, ma non completamente saturo d’acqua.

Cubetti di lana di roccia dentro una mini-serra

Ho sistemato i cubetti all’interno di una mini-serra in plastica, ho posto la mini serra in un luogo caldo, quindi ho atteso la germinazione. Le bandierine che vedete nell’immagine non sono altro che etichette, ciascuna con un numero, che corrispondeva ad un numero in tabella. Il tutto, al fine di identificare correttamente il tipo di peperoncino.

Prima dimora e illuminazione

Nel giro di pochi giorni, le prime piantine cominceranno ad emergere dalla lana di roccia: questa è probabilmente la fase più delicata della loro vita!

Non appena il germe spunta dal cubetto di lana di roccia, va trasferito in una dimora dove vi sia spazio sufficiente per formare un buon apparato radicale. Inizialmente, ho spostato i cubetti in bicchierini da caffé in plastica, riempiendo lo spazio rimanente con del terriccio.

Peperoncini appena germinati spostati in un bicchierino

Presto, però, il bicchierino non sarà abbastanza. Una soluzione migliore è optare per piccoli vasi. Io ho scelto dei vasi di forma quadrata, in modo da ottimizzare lo spazio, e piuttosto profondi, in modo da consentire alle radici di svilupparsi più liberamente.

Giovane pianta in un vasetto

Acquisita la nuova dimora, l’esigenza primaria delle neonate è la luce. Se una piantina è in un luogo non sufficientemente illuminato, si allungherà a cercarne di più. Si allungherà tanto da diventare molto fragile, potenzialmente abbastanza da non essere in grado dopo poco tempo di reggere il proprio peso, diventando quindi nel caso migliore una pianta poco produttiva, e rischiando anche di non farcela in quello peggiore. Quando una pianta si allunga in questo modo, si dice che “fila” (diventa, in effetti, lunga e sottile come un filo). Va da sé che la luce disponibile nei primi mesi dell’anno in Italia è insufficiente a meno di non essere all’esterno, dove però diventa troppo bassa la temperatura (a meno di non disporre di una serra riscaldata, ma sono certo che chi la possiede non avrà una grossa necessità di sapere come io coltivi i peperoncini).

La soluzione che ho adottato è stato dotarmi di timer e luce artificiale. Ho optato per una lampada compatta fluorescente CFL da 125W con temperatura di colore 6400K. La temperatura del colore è importante: le piante gradiscono lunghezze d’onda diverse in diverse fasi. La lampada a 6400K è stata scelta perché specificatamente pensata per le prime fasi di crescita: l’obiettivo di questa prima fase è quello di avere piante abbastanza robuste da sopportare il trasferimento all’esterno non appena le temperature minime fossero state stabilmente superiori a 10°C. Ho optato per un ciclo giorno/notte di 14/10 ore, e ho posizionato la lampada orizzontalmente su una carrucola (molto artigianale…) a pochi centimetri dalle piantine. L’energia luminosa scende col quadrato della distanza, per cui è importante, per ridurre la possibilità che le piantine filino, che la lampada sia nelle vicinanze. Al contempo, per quanto fluorescente, la lampada scalda, e avere le piantine troppo vicine rischia di ustionarle.

A questo punto, non resta che attendere che le piantine crescano, ricordandosi ovviamente di annaffiarle. In questa fase, ho irrigato con una soluzione di acqua, Nitrozyme e Chilli Focus, alle dosi raccomandate dal produttore.

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