Blog of Danilo Pianini
Le ragioni per cui voterò sì al Referendum Costituzionale
Testo del quesito

Andando oltre la retorica dei due schieramenti

Le ragioni per cui voterò sì al Referendum Costituzionale

Dopo aver consultato una buona quantità di documenti, e visto una buona quantità di dibattiti, ho deciso di optare per il sì

Vorrei cominciare dicendo che la campagna elettorale mi ha disgustato, da entrambi i fronti. Renzi ha personalizzato il referendum (convinto evidentemente di aver maggior sostegno di quanto non ne abbia in realtà), polarizzando l’elettorato e demolendo sul nascere un confronto decente fra le due parti. Ovviamente dall’altro lato non si sono fatti pregare: il fronte del no raccoglie forze del tutto eterogenee, da costituzionalisti come Zagrebelsky al peggio del grillismo e del leghismo, per loro natura incapaci di trattare argomenti in modo non superficiale e senza scendere in qualcosa di più simile a cori da stadio che a discussioni.

Come conseguenza, ho sostanzialmente evitato di usare materiale prodotto dai due fronti per informarmi inizialmente: le prime informazioni che riceviamo contribuiscono in maniera molto maggiore delle seguenti ad orientare le nostre opinioni. Ho cominciato con il video di Renzi e Zagrebelsky moderati da Mentana, e ho continuato leggendomi il diff fra il testo riformato e quello originale. Successivamente, ho usato il materiale che ho riportato nel mio post precedente, e mi sono “esposto” a quanto fornito sui siti dei comitati per il sì e per il no. Alla fine, voterò sì, per le ragioni che elencherò in seguito; molto in breve, penso che:

Questa riforma cambierà il Paese in senso più positivo che negativo. La probabilità che sia distruttiva per il Paese è bassissima, e non previene nuove modifiche migliorative da attuare in futuro. La base su cui si lavorerà sarà meno “collaudata”, ma potenzialmente migliore, rispetto all’attuale.

Buone ragioni per votare sì

Si centralizzano poteri che sono di interesse generale

Consultando il materiale fornito dalla Camera dei deputati, è possibile vedere quali materie saranno spostate verso il potere centrale. Personalmente, ritengo sia un bene che materie come il commercio con l’estero, la produzione e distribuzione energetica, la programmazione scientifica e delle telecomunicazioni venga gestita in modo consistente a livello nazionale. Perché mai Veneto ed Emilia Romagna dovrebbero avere politiche energetiche differenti? Politiche di questo tipo sono gestite in modo sensibilmente più efficiente e consistente in modo centralizzato.

Personalmente, tra l’altro, ritengo che materie di questo genere andrebbero non solo centralizzate a livello italiano, ma a livello europeo - ma questo è ovviamente un passaggio necessario.

Si potenziano (molto) le istituzioni di democrazia diretta

La propaganda del no batte forte sull’innalzamento da 50.000 a 150.000 del numero di firme necessario a presentare una proposta di legge popolare. Già, verissimo, ma si dimentica che la legge popolare si trasforma in un istituto la cui discussione è obbligatoria. Nella modalità attuale, sono state presentate 260 leggi di iniziativa popolare. Di queste, ne sono state calendarizzate il 43%, e approvate l’1.15%. Ora, sull’approvazione c’è poco da fare, il Parlamento è sovrano (faccio anche notare che la percentuale è più alta di quella delle leggi di iniziativa parlamentare, pari allo 0.66%). La calendarizzazione, però, è fondamentale. È quello che passa fra avere un impatto e non averlo. Fra quelle mai calendarizzate, la famosa “Parlamento Pulito”, iniziativa di Beppe Grillo scattata prima della fondazione del Movimento 5 Stelle. 350.000 firme, e la legge mai calendarizzata. Ve li immaginate i politicanti nostrani a fare dell’arrampicamento per bocciare quella legge? Ecco, se anche non approvata, avremmo avuto la soddisfazione di vederla discussa, e di sapere esattamente quali partiti fossero contrari ad avere un Parlamento pulito.

Oltre a questo, si affianca un quorum ridotto per i referendum che superano le 800.000 firme. Se la materia che si vuol trattare è così sentita da interessare molti firmatari, allora il quorum si abbassa dal 50%+1 degli aventi diritto al 50%+1 degli elettori alle ultime politiche. Che con l’affluenza al 60-70%, significa quorum superato con un’affluenza del 30-35%. Niente più somma delle astensioni con i no per referendum che hanno già dimostrato di essere importanti per molti cittadini.

Sempre in tema di referendum, viene inserito il referendum propositivo, in aggiunta a quello abrogativo. Si potrà, cioè, proporre una legge, e non solo cancellarne una esistente. Questa, peraltro, era una delle proposte del Movimento 5 Stelle, che si oppone alla riforma.

Il monocameralismo impatta la qualità prima ancora che la velocità

Si dice spesso che leggi su cui c’era ampio supporto da parte dell’intero Parlamento (fra cui alcune “leggi porcata”) sono state approvate in tempo brevissimo. Ergo, si sostiene, il bicameralismo paritario non è un ostacolo alla produzione rapida di leggi. Questa affermazione è alquanto parziale: si prende il “caso migliore”, se ne misura la velocità, e si dice che è più che idonea. Peccato che andrebbe misurato il caso medio, o quello peggiore. In realtà Openpolis ha misurato quante leggi si producono, e non va così male: il nostro problema primario non è la lentezza in termini assoluti.

Il nostro problema è la lentezza su provvedimenti critici. Una legge che non abbia una maggioranza trasversale, viene sistematicamente ostacolata, e questo specialmente nel caso in cui divenga mediaticamente rilevante. Si prenda ad esempio la legge sulle unioni civili. Una parte della maggioranza necessitava del supporto di una parte dell’opposizione per approvare la legge superando i contrasti interni (maggioranza, che, peraltro, include forze fra loro diverse per via della composizione del Senato). Quando la legge è diventata mediaticamente importante, l’opposizione ha preferito far dispetto alla maggioranza e tentando di fare uno smacco al governo, invece di votare come sarebbe stato da programma. Il risultato netto è una legge annacquata, dove alcuni punti importanti sono stati sacrificati per ottenere i voti favorevoli anche di una parte di maggioranza scettica sul provvedimento.

È difficile stimare quanto l’eliminazione della seconda camera dalla maggior parte dei disegni di legge gioverà alla velocità media di produzione delle leggi. Le fonti governative parlano di un miglioramento tanto consistente quanto, onestamente, improbabile. Gioverà però alla qualità media delle leggi. Diminuirà le possibilità di fare ostruzionismo o tranelli, e (auspicabilmente) diminuirà la polarizzazione delle discussioni in Parlamento.

Si eliminano il CNEL ed i riferimenti alle province in Costituzione

Il CNEL è un organo che si è dimostrato poco utile, con un costo stimato sulla ventina di milioni d’euro l’anno ed una produzione di leggi pari a 14 dal 1959 ad oggi. Un po’ pochino.

Le province sono già state significativamente depotenziate tramite leggi ordinarie, ma permane il riferimento in Costituzione, che impedisce di rimuoverle completamente dall’ordinamento. Con la riforma, questo riferimento viene rimosso definitivamente. Anche questa, come il referendum propositivo (e senza quorum) era fra i cavalli di battaglia degli albori del Movimento 5 Stelle.

Buone ragioni per votare no

La riforma è un gigantesco aggregato che va preso in blocco

La riforma (come tutte le riforme) ha aspetti positivi e negativi. Nel nostro caso, però, a questa caratteristica insita si lega il fatto che vengono proposte un’enorme quantità di cambiamenti, parte dei quali sarebbero potuti essere scorporati e votati a parte. Per alcuni, forse (ma più probabilmente no, considerando l’astio politico fra partiti opposti) si sarebbe potuto trovare un accordo tanto largo da consentire di non andare a referendum. L’abolizione del CNEL o la rimozione della parola “province”, ad esempio, si sarebbero potute attuare anche senza tutto l’armamentario necessario ad abbandonare il bicameralismo paritario.

Ragioni discutibili per votare sì

Risparmiamo il denaro degli stipendi dei parlamentari

Sì, è vero, la struttura politica riformata costerà un po’ meno. Ma, anche ammettendo che si risparmino i 500 milioni l’anno che la propaganda del sì sostiene (il fronte del no stima risparmi vicini ai 50 milioni), si tratta di una goccia nel mare del bilancio dello Stato. Badare bene: non sto facendo del benaltrismo. Risparmiare è positivo, ma l’entità del risparmio (peraltro ipotetico) non è tale da giustificare un’intenzione di voto. Insomma, se votate sì per sanare il bilancio dello stato togliendo soldi ai politicanti, beh, ripensate alla vostra decisione, e vedete se ci siano anche altri aspetti della riforma che vi interessano.

Ragioni discutibili per votare no

Questa riforma l’ha fatta un governo non eletto

Primo, è un argomento ad hominem. La stessa riforma potrebbe averla fatta Belzebù o Ghandi, si deve valutare la riforma, non la persona che la produce.

Secondo, se sostenete questa tesi, vi occorre senz’altro un corso accelerato di educazione civica, perché presumibilmente eravate malati quando avreste dovuto seguire la lezione. Il seguente è un elenco esaustivo dei primi ministri eletti in Italia da che c’è la Repubblica:

Esatto. Nessuno. Il motivo è che il governo in Italia (almeno da che c’è la Repubblica) lo nomina il presidente della Repubblica. Ovviamente quest’ultimo prenderà delle personalità che supererebbero l’esame delle camere (ossia, che possano ottenere la fiducia). In Italia, infatti, si elegge direttamente il parlamento, e questo è responsabile di esercitare un’opera di controllo su quanto fatto dal governo (incluso dare parere favorevole al suo insediamento).

La riforma lascia dei vuoti che dovranno esser riempiti da leggi successive

Questa è una cosa assolutamente normale. La Costituzione indica quali siano i principi e le regole basilari cui attenersi con tutte le altre leggi, ma non va nel dettaglio specificandole tutte. Uno degli aspetti più importanti riguarda la legge elettorale, che è, e rimarrebbe, una legge ordinaria. È assolutamente fisiologico che non si scriva la legge con cui verranno eletti i Senatori prima ancora di sapere se la nuova Costituzione sarà o meno mai in vigore. È altrettanto normale che non si inserisca il tempo esatto di discussione di una legge di iniziativa popolare, visto che esistono dei regolamenti parlamentari che potrebbero cambiare. Questi non sono buchi o dimenticanze, ed ha poco senso scandalizzarsi per “cosa potrebbe succedere”: anche la Costituzione attuale non prende posizione circa molti dettagli - su tutti, la legge elettorale: faccio presente, ad esempio, che già ora Camera e Senato vengono votati a liste bloccate, sostanzialmente si scelgono dei nominati dai partiti.

I problemi reali sono altri

Si chiama benaltrismo. L’esistenza di problemi contingenti non implica che non esistano altri, né che non vadano discussi nel merito.

La nuova Costituzione è più complicata della precedente, ci sono 10 percorsi per legiferare

È ovvio che passando da una struttura molto semplice ad una asimmetrica il processo sia meno semplice. Questo non significa che sia intollerabilmente e irragionevolmente complicato. Prendendo le leggi del 2015, si scopre che meno del 4% del totale userebbe una procedura che coinvolge entrambe le camere. Il 96% seguirebbe invece la via primaria, che suggerisce che molti dei processi presenti servano a gestire casi particolari.

Andranno in Senato dei nominati dai partiti. Ci saranno favoritismi

Non è vero che sia nominato, è semplicemente falso. I senatori verranno scelti in base ai voti ottenuti e alla composizione dei consigli. I dettagli verranno stabiliti da una legge ordinaria, ma io continuo a ricordare che, anche con l’articolo corrente in vigore, sono anni che votiamo a liste bloccate. Insomma, un peggioramento da questo punto di vista non c’è.

I migliori costituzionalisti sono per il no

È vero che il fronte del no conta personalità molto importanti (Zagrebelsky in testa). Ma dire che siano tutti dalla stessa parte è un errore: mi risulta che i primi 184 firmatari del manifesto per il sì siano costituzionalisti, giuristi e accademici. Ora: personalmente non ho le competenze per sapere quanto bravi siano, ma dubito si tratti di 184 fantocci. Eviterei l’appello all’autorità.

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