Hemp oil. Sorry, it does not work.
Cannabis, cannabinoidi e cancro: facciamo chiarezza
Bottiglie di olio di canapa. Mi spiace ragazzi, non cura il cancro.

La vera verità sulla canapa che nessuno vi vogliono dirvi.

Cannabis, cannabinoidi e cancro: facciamo chiarezza

La canapa è il terrore delle aziende farmaceutiche? Cura il cancro e per questo la proibiscono?

Mi capitano sempre più spesso discussioni con persone che si sono fatte una “cultura” sulla cannabis, i cannabinoidi ed il loro rapporto col cancro a furia di navigazione online su link di discutibile qualità, corredati dai soliti video di YouTube. Si scade spesso in posizioni che galleggiano da qualche parte fra la magia (cura miracolosa) e il complottismo (Big Pharma non ci può far soldi sopra, quindi impedisce che si usi). Dopo l’ennesima discussione animata, stavolta riguardante gli oli di cannabis, ho pensato fosse il tempo di cercare di riassumere un po’ di materiale scientifico qua dentro, se non altro per dare un po’ l’idea della complessità del problema: purtroppo l’ignoranza in una materia porta spesso con sé l’istinto a semplificare drammaticamente, con i tristi risvolti che si possono leggere ovunque in Internet.

Cannabis e cannabinoidi

Prima importante distinzione: la cannabis è una pianta, i cannabinoidi sono composti chimici. Sembra banale, ma ho visto mischiare le due cose in maniera assolutamente erronea. La pianta di cannabis, oltre ai cannabinoidi, contiene centinaia di migliaia di altri composti chimici, ed esistono cannabinoidi che non sono prodotti all’interno della pianta. Esistono infatti cannabinoidi endogeni (ossia prodotti dal nostro corpo) ed anche cannabinoidi artificiali. Si definisce cannabinoide qualunque proteina in grado di interagire con i recettori cannabinoidi, ossia con particolare proteine situate sulla membrana di alcune delle cellule del corpo umano.

Sebbene la cannabis sia stata usata come curativo e come ricreativo per migliaia di anni, solo recentemente (negli anni 40) si sono riusciti ad isolare chimicamente i cannabinoidi che produce. Il Δ-9-tetraidrocannabinolo (THC), il principale principio attivo della cannabis, fu scoperto solo negli anni 60. Infine, solo negli anni 80 si scoprirono i recettori cannabinoidi e i composti cannabinoidi endogeni.

Esistono tre famiglie di recettori cannabinoidi: CB1, CB2 e GPR. I recettori CB1 si trovano principalmente nel sistema nervoso, e sono responsabili dell’effetto psicoattivo della marijuana. I CB2 si trovano per la maggior parte nelle cellule del sistema immunitario, mentre i GPR sono stati scoperti solo di recente, e la ricerca su questi sta muovendo ora i primi passi. Questi recettori svolgono tantissimi ruoli all’interno del corpo umano, intervenendo in processi riguardanti memoria, dolore, metabolismo, immunità. Essendo così pervasivamente utilizzati, vengono studiati per capire i meccanismi di un ampio spettro di malattie, che va dal cancro alle malattie neurodegenerative.

Cannabinoidi e trattamento del cancro

A partire dagli anni 70, la ricerca sui cannabinoidi è stata piuttosto intensa, ed ha portato a centinaia di studi riguardanti i rapporti fra i cannabinoidi ed il cancro. Nonostante questo ammontare di ricerche, asserire che vi sono solide prove che i cannabinoidi (o, peggio ancora, la cannabis) sia una cura per il cancro è azzardato.

Anzi tutto, la ricerca si è sempre svolta su colture cellulari di cellule tumorali oppure su animali: il corpo umano è decisamente più complicato. Un survey recente su questi studi mette in evidenza che i cannabinoidi possono indurre apoptosi, autofagia, inibire la divisione cellulare, migliorare la risposta immunitaria e ridurre le probabilità di metastasi. Tutti questi effetti sono stati verificati su cellule che esponevano recettori CB1 o CB2. Alcuni effetti si sono registrati anche su cellule che non li esponevano, ma non è chiaro quale meccanismo sia stato scatenato in quei casi. Al momento, gli effetti più efficaci sono stati quelli indotti da Cannabidiolo (uno dei metaboliti della pianta di cannabis) [1] o da molecole artificiali come JWH-133. Non è tutto rose e fiori, ovviamente: l’effetto varia con il dosaggio, e può anche arrivare a favorire la crescita del tumore, o a depotenziare l’effetto difensivo del sistema immunitario. Come se non bastasse, le cellule tumorali possono sviluppare resistenza ai cannabinoidi. Il dosaggio è fondamentale: si è scoperto ad esempio che il rapporto fra la dose somministrata e il rallentamento della crescita tumorale non è lineare: ad alte dosi funziona, a basse dosi è inefficace. La via che sembra più promettente è quella di integrare a trattamenti chemioterapici esistenti, ad esempio buoni risultati sono stati raggiunti in studi che hanno utilizzato cannabinoidi assieme a gemcitabina o temozolomide. In ogni caso, spero sia chiaro che dai test in laboratorio, emergono elementi che fanno sperare in un possibile miglioramento futuro, ma al momento non esiste nulla che possa far affermare che la cannabis possa efficacemente curare malati di cancro.

Benissimo, direte: ma tutto questo è chimica e laboratorio. Perché non si prova direttamente sulle persone? La “prova sulle persone” è quello che viene chiamato “test clinico”.

Vorrei subito differenziare un test clinico dai reportage di esperienze personali che si trovano sulla rete. Un test clinico richiede condizioni controllate per i pazienti, un numero di pazienti tale da essere statisticamente rilevante, e spesso un gruppo di controllo, ossia un insieme di persone non trattate per verificare che effettivamente fosse il trattamento a generare il risultato e non un altro fattore ambientale. Racconti di esperienze personali che si possono trovare con facilità sulla rete in cui si asserisce di cure miracolose che hanno funzionato non hanno alcun valore. Il motivo è che non è possibile, in questi casi, stabilire un nesso di causalità: è stata la “cura” a funzionare, o si tratta ad esempio di una regressione spontanea? È stata la “cura”, o sono stati altri fattori? Con che percentuale funziona? Quante volte ha fallito? Quali sono gli effetti collaterali?

I test svolti finora sono scarsi. Un esperimento è stato svolto in Spagna su dieci malati di tumore al cervello, cui è stato inserito direttamente nel cervello attraverso un tubo del THC altamente concentrato. Di questi dieci, nove hanno risposto alla cura, e tutti i pazienti sono deceduti entro un anno (il che è normale, dato lo stato d’avanzamento della malattia). Il THC non ha apportato significativi effetti collaterali, ma essendo uno studio preliminare senza gruppo di controllo non è possibile asserire che il THC abbia esteso le vite dei pazienti. Di certo non è una possibile cura, ma gli scienziati concludono che sia di interesse continuare ad investigare in questa direzione.

Esiste anche un solo caso di una ragazzina di 14 anni cui è stato somministrato olio di cannabis. Questo è l’unico esperimento disponibile in cui si testa l’olio come possibile cura con criterio scientifico, ma data l’assenza di un gruppo di controllo e il campione estremamente ridotto (un solo paziente) non è possibile trarre alcuna conclusione, sebbene pare si sia trovata una correlazione su quel paziente fra il dosaggio dell’olio e la risposta tumorale. Non vi sono al momento altri studi rilevanti pubblicati, sebbene diversi centri di ricerca siano all’opera per produrne.

In conclusione, non si può affermare che la cannabis, in alcuna delle sue forme, sia un’efficace cura per il cancro. Il problema è complesso, ed è sotto indagine. Esistono alcune prove riguardanti alcune speicifiche molecole, ma è stato dimostrato che cannabinoidi diversi hanno effetti diversi, e a seconda dei casi cannabinoidi artificiali o naturali sono più efficaci. L’effetto psicoattivo del THC è problemantico, ed in prospettiva è probabile che ci si focalizzi su cannabinoidi che non hanno questo effetto collaterale.

Cannabinoidi e prevenzione del cancro

Per quanto riguarda i cannabinoidi, studi sui topi suggeriscono che un’elevata esposizione ad alti livelli di THC riduca le probabilità di insorgenza tumorale. Tuttavia, non esistono prove del genere sugli esseri umani. Discorso ben diverso per la cannabis, specialmente se assunta tramite fumo: il fumo danneggia le vie polmonari, e normalmente chi assume cannabis in questa maniera lo fa con l’aggiunta di tabacco, che ha un dimostrato effetto tumorale. Se l’idea era quella di fumare marijuana per prevenire l’insorgenza di tumori, ebbene la direzione è del tutto sbagliata.

Cannabis ad uso palliativo

Sebbene, come abbiamo visto, la cannabis è lontana dal poter esser considerata una cura o una prevenzione per il cancro, diverso è il discorso per l’uso come palliativo, ossia come trattamento per la riduzione dei sintomi dei malati in fase terminale, che hanno cessato di rispondere alle cure. A partire dagli anni 80, dronabinolo e nabilone sono stati usati come palliativi per ridurre gli effetti collaterali della chemioterapia. Ad oggi, esistono alternative migliori, ed i cannabinoidi sono di norma somministrati solo quando questi approcci falliscono. Il problema principale della cannabis come palliativo riguarda il dosaggio: il fumo o l’introduzione tramite bevanda infusa fornisce una quantità di principio attivo variabile, per cui è difficile tenere sotto controllo il paziente. Recentemente, si sta passando a metodi somministrativi diversi, ad esempio tramite spray orale. Diversi studi suggeriscono un effetto antidolorofico positivo, mentre per quanto riguarda la stimolazione dell’appetito, uno studio svolto con metodologia molto rigorosa non ha trovato differenze fra la somministrazione di THC e l’effetto placebo.

Naturale è meglio

Le piante sono chimicamente delle vere proprie miniere: contengono milioni di composti chimici. Il punto è che, di tutti questi composti, molti non sono benefici, ed alcuni possono essere anche dannosi o generare effetti indesiderati (collaterali). Allo stesso modo, la concentrazione delle sostanze utili può essere poco costante o molto bassa, il che rende difficile prevedere con precisione i dosaggi o prevenire effetti collaterali. Un esempio è la penicillina: sebbene sia stata trovata in una muffa naturale, nessuno si sogna di mangiarsi quella muffa quando è affetto da malattie batteriche: gli scienziati hanno identificato il composto chimico con potere antibiotico, e l’hanno convogliato in appositi farmaci. Un altro esempio è la Digitalis, fonte di composti utili a combattere malattie cardiocircolatorie, ma altamente tossica e mortale se mangiata.

In generale, quindi, quello che si fa quando si scopre una proprietà di una pianta è quello di isolare i composti chimici responsabili, studiare il loro modo d’azione, quindi creare dei farmaci che abbiano quanto più potere curativo possibile e quanti meno effetti collaterali possibili. Questo è già successo con molti degli antitumorali attuali: il CPT deriva dall’albero cinese Xi Shu, la Vinblastina e la Vincristina derivano da un fiore del Madagascar, l’Etoposide e il Teniposide da una pianta erbacea perenne tipica dei sottoboschi nordamericani, la Colchina dallo Zafferano, il Taxolo dal Tasso. Tutte queste sostanze sono efficaci anticancerogeni solo ad alte concentrazioni e dietro elevata purificazione, e questi effetti non garantiscono in alcun modo che le piante suddette od un loro estratto abbia proprietà anticancerogene.

Lo stesso vale per la cannabis: sebbene vi siano conferme scientifiche sul potere antitumorale di alcuni dei cannabinoidi, non vi è nessuna conferma che altri preparati a base di canapa (fra cui gli oli) possano mantenere l’efficacia antitumorale alle concentrazioni cui sono prodotti.

Nei video, ci sono testimonianze di malati guariti

YouTube è pieno di video con testimonianze di persone che si dicono guarite dal cancro grazie all’uso della cannabis, fumandola o tramite utilizzo di oli. Indipendentemente da quanto possano dire coloro che producono questi video, si tratta di storie che non costituiscono in nessun modo una prova scientifica dell’esistenza di un trattamento per il cancro. Un video di YouTube può colpire empaticamente, ma non costituisce in alcun modo una prova scientifica, e nessuna persona con una preparazione scientifica decente potrebbe mai lasciarsi convincere da qualcosa di simile.

La ragione è che, anche vedendo i video o leggendo i siti web che li diffondono, non è possibile stabilire con certezza se queste persone siano state curate dalla cannabis o no. Non abbiamo alcuna diagnosi medica, stato di progresso del tumore o prospettiva. Non sappiamo se hanno tentato o meno altri trattamenti. Non conosciamo nulla della composizione chimica del trattamento utilizzato. Ma quello che è peggio, è che si sentono solo storie di successi: perché non si parla mai di persone che hanno tentato di curarsi con la cannabis ed hanno fallito? Nessuna cura ha il 100% di efficacia, ma chi propaganda la cannabis come cura per il cancro si guarda bene dal presentare una panoramica completa, e mostra solo i casi migliori.

Questo, ancora una volta, riporta all’importanza di pubblicare i propri dati solo dopo una ricerca di laboratorio e prove cliniche scientificamente rigorose: studi clinici appropriati proverebbero che il trattamento esiste, è sicuro ed efficace; la pubblicazione consentirebbe a tutti i medici del mondo di determinare, conoscendo i propri pazienti, se si tratta della terapia giusta da seguire. Questa è la procedura che qualunque trawttamento deve seguire, inclusi quelli volti a curare il cancro. Tutta l’aneddottica correlata a cure definite miracolose non prova nulla, e non è di alcun beneficio: sono necessari dati scientifici affidabili, che, come evidenziato nella prima parte di questo articolo, è esattamente quello che diversi gruppi di scienziati stanno cercando di ottenere.

La cannabis spaventa le aziende farmaceutiche

Le tesi cospiratorie sono molto frequenti in questo campo, e navigano dall’assurdo all’offensivo. Esistono migliaia di scienziati seri che dedicano la propria vita alla ricerca di una cura per il cancro che si vedono accusare di essere parte di una cospirazione volta a sopprimere la “vera cura per il cancro”. La realtà è ben diversa: questi scienziati applicano il metodo scientifico, che è lo stesso metodo che ci ha consentito di arrivare dove siamo a livello di qualità della vita, longevità, e sviluppo tecnologico. Parlando di cancro, si tratta del metodo che ha consentito di raddoppiare le possibilità di sconfiggere la malattia negli ultimi 40 anni.

Questo metodo non si basa su avvenimenti episodici o non confermati, ma richiede estremo rigore, richiede tempo, richiede moltissima conoscienza ed anni di studio. Purtroppo, tutte le cure proposte come “miracolose”, semplicemente, hanno finora fallito su tutta la linea quando sono state sottoposte a test di efficacia rigorosi.

Una delle critiche che vengono mosse è che le case farmaceutiche non possano brevettare e vendere trattamenti basati sui cannabinoidi, e quindi ostacolino la produzione di cure basate su queste sostanze. Al di là del fatto che molto spesso dei cannabinoidi sintetici hanno proprietà migliori di cannabinoidi naturali e sono brevettabili, come abbiamo analizzato sopra il dosaggio e la modalità di trasporto del medicinale è fondamentale: per le aziende farmaceutiche si tratta di pura e semplice opportunità di business.

Un’altra critica frequente presenta la cannabis come una cura economica e facile da produrre in proprio, che stroncherebbe il mercato dei farmaci antitumorali, e che dunque tutta la ricerca in corso sui cure per il cancro sarebbe focalizzata ad impedire ai pazienti l’accesso alla Cura Miracolosa per poter far soldi sui farmaci attuali. Si tratta di un argomento falso e fuorviante. A paragone, si pensi di consigliare di acquistare eroina sul mercato nero oppure di coltivare oppio invece di utilizzare la morfina nelle dosi prescritte da un medico: si tratta del medesimo errore concettuale, che trascura completamente l’importanza della composizione chimica, della concentrazione del principio attivo e della modalità di somministrazione. Il modo migliore di avere cure basate sui cannabinoidi, come per ogni altra sostanza chimica, è quello di avere un farmaco studiato per massimizzare gli effetti benefici e minimizzare gli effetti collaterali, costruito con le migliori tecnologie e somministrato nella maniera più propria. Ovviamente, studiare un simile farmaco richiede studio, impegno e denaro, e le aziende farmaceutiche, che non sono ONLUS, puntano a ripagarsi degli investimenti in ricerca e sviluppo brevettando e vendendo il farmaco.

Il problema importantissimo dell’accesso alle cure non può purtroppo essere risolto con rimedi fatti in casa dalla dubbia (quando non comprovatamente nulla) efficacia, ma deve essere risolto a livello politico, che non è oggetto di questo articolo.

Se anche non funzionasse, non c’è nulla da perdere

La scelta di abbandonare i trattamenti “convenzionali” in favore di alternative non verificate (incluso l’uso di derivati da cannabis) significa abbandonare un trattamento che potrebbe salvare o allungare notevolmente la durata della vita e ridurre il dolore. Come se non bastasse, molte di queste terapie sono costose, e in molti casi una terapia non verificata può accorciare significativamente il tempo di vita.

Per quanto riguarda la cannabis, sebbene i costi siano molto contenuti ed i cannabinoidi contenuti nella pianta siano ritenuti sicuri dal punto di vista medico, il trattamento non è esente da rischi. L’uso di cannabis può ad esempio incrementare il battito cardiaco, causando problemi nei pazienti con problemi all’apparato cardiocircolatorio. Le sostanze contenute nella pianta possono poi interagire con altri farmaci (ad esempio antidepressivi o antistaminici) oppure andare a modificare i processi metabolici con cui alcuni farmaci chemioterapici agiscono, finendo col causare pesanti effetti collaterali.

Per chi fa uso di cannabis acquistata in un mercato non legale, esiste poi il problema della qualità: esiste un caso verificato di una paziente con cancro ai polmoni, che è entrata in coma dopo aver utilizzato estratti di cannabis acquistati da fonti non controllate. Questo non solo è un elemento a favore della legalizzazione controllata della cannabis, ma evidenzia la necessità di svolgere delle ricerche accurate per determinare se ed in quale modo somministrare cannabis ai pazienti.

Esistono anche rischi consistenti specificatamente legati all’uso di oli di cannabis. Per esempio, a seconda del solvente utilizzato, produzioni di tipo non industriale possono contenere svariati elementi chimici tossici derivanti dal processo di preparazione. Altro rischio da non sottovalutare è la presenza di pesticidi o altre sostanze contaminanti la cui concentrazione viene aumentata considerevolmente nel processo di preparazione dell’olio.

In ultimo, mancando un mercato legale e controllato in molti Paesi, spesso vengono venduti oli di bassissima qualità. Specialmente con gli acquisti via Internet, il rischio è quello di incorrere in un preparato privo di qualunque garanzia circa la composizione chimica, dagli effetti sconosciuti, quando non di non ricevere affatto il prodotto pagato (che è forse meno peggio).

Ma allora, se affidarsi a metodi “alternativi” è inutile, pericoloso e potenzialmente dannoso, che fare se il trattamento convenzionale fallisce? Una possibilità importante è quella di chiedere al proprio medico di entrare a far parte di un esperimento clinico per trattamenti innovativi. Si tratta degli esperimenti clinici di cui ho parlato precedentemente, in cui la nuova terapia - incluse quelle basate su cannabis - viene somministrata in dosi e condizioni controllate, in maniera tale da avere una verifica scientifica degli effetti. Oltre alla riduzione dei rischi connessi al trattamento, in questo modo, si contribuisce alla ricerca di cure davvero funzionanti e sicure.

Sintesi

Non vi sono sufficienti prove per stabilire che i cannabinoidi (siano essi naturali o artificiali) costituiscano una cura per il cancro applicabile all’uomo, ma vi è molta ricerca in questo senso. Di sicuro, non vi è alcuna prova che utilizzare marijuana o prodotti fatti in casa derivati dalla marijuana possa avere alcuna efficacia nel trattamento del cancro.

Sei un proibizionista

Dalle conversazioni avute pare che chiunque non descriva la cannabis come una pianta miracolosa ma si attenga scrupolosamente ai dati scientifici possa essere tacciato di proibizionismo. Ho già espresso la mia posizione in merito alla legalizzazione della cannabis in un altro post, e sottolineo che, nonostante non faccia uso di cannabis, sono assolutamente favorevole all’introduzione di un mercato legale e controllato. Appoggiare un’iniziativa di cui beneficia la società nel suo complesso non richiede di inventarsi proprietà miracolose da attribuire alla pianta di cannabis, o ipotesi complottiste: basta un minimo di buon senso.

Approfitto anche del post per ri-segnalare la possibilità di firmare per una proposta di legge europea sulla legalizzazione della marijuana.

Correzioni e aggiornamenti

[1] L’articolo diceva in modo del tutto erroneo che il Cannabidiolo fosse THC ad alte concentrazioni. Ringrazio Fabrizio Fasolo per la segnalazione.

SCIENZA
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